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lunedì 24 dicembre 2012

Copia



Negli ultimi tempi la moda non crea più. Non creando, la moda rimane copia dell'arte, lontano dal bello.

lunedì 22 novembre 2010

Priapo e la moda


Priapo e la moda.
Si può associare Priapo alla moda? Da un po’ di tempo mi sono fissata con quest’idea, che esista una moda priapea. Ma in quale senso intenderla? Nel senso di osceno? Volgare? Sessuale? Brutto? Bello?
Devo rispondere a tutte questi quesiti e poi produrrò qualcosa. Ma una riflessione mi viene da fare: il sesso è legato alla vita e mai come oggi evidente, in vetrina, mostrato con orgoglio, in maniera priapea appunto. Un bene? Un male? Provate a rifletterci …aspetto osservazioni. Continuerò questo post dopo averci pensato ancora un po’ e grazie al vostro aiuto

martedì 3 giugno 2008

la moda secondo Gadamer

Chi ha letto “Verita e metodo” (1960) oppure ha sentito il termine Ermeneutica, ha come minimo una vaga idea di ciò che vado ad affrontare. Ma spero di rendere chiari i concetti anche a coloro che Gadamer non lo hanno mai letto. Mi è venuta l’idea di applicare il circolo ermeneutico, che l’autore applica ai libri di testo, alla moda e al suo mondo che può essere visto come un circolo dove però si interpreta anche il soggetto. Così come il lettore domanda senso al testo, gli chiede cosa significa questo e quello, si pone domande a cui il testo risponde, lo stesso fa chi indossa un abito il mattino o meglio lo acquista, chiede all’abito di interpretare uno stile, di rispondere ad una domanda di conferimento di senso: io chiedo all’abito di supplire una determinata funzione. Essere pratico o elegante, adatto a quella o questa circostanza. Ma chiedo ad esso anche un senso: gli chiedo di interpretare il mio stile. L’abito risponde a questa esigenza. La sua risposta non è direttamente soddisfazione di una domanda di senso ma lo è indirettamente perché fornisce senso a me che lo indosso, mi interpreta e io mi sento interpretato da esso. La differenza fra il testo interpretato dal lettore secondo Gadamer e l’abito interpretato da me è che il vero senso viene ricevuto da chi indossa l’abito e non tanto dall’abito stesso che rimane un oggetto, un mezzo; esso parla attraverso la persona che lo indossa, ne rivela uno stile, un carattere, una personalità peculiare. Quindi il vero interpretato è il cliente. La persona che acquista un abito perché esso gli regala uno stile, conferisce senso alla sua ricerca di stile, alla sua domanda: che stile indosso? Che stile rappresento? E lo riferisce anche a chi guarda. Allora la domanda è rivolta a chi guarda colui che indossa l’abito e la la domanda dell’osservatore è: ma chi sei? e l’abito insieme all’uomo risponde e il circolo si chiude. L’abito acquista senso grazie a chi lo indossa e a chi osserva colui che indossa. Diventa un quadrato costruito da abito, indossatore, osservatore, domanda-risposta che si rivolge in tutte le direzioni.



è come se ci fossero due livelli di interrogazione: quello centrale che va dalla domanda alla risposta, fornita dall’abito all’osservatore grazie all’indossatore e il secondo livello sotteso ma altrettanto importante che va dall’osservatore all’abito all’indossatore, che si interroga su di sé, e si fornisce una risposta, grazie all’abito, alla domanda: quale è il mio stile? Infine egli regala la propria risposta a chi osserva.

lunedì 21 aprile 2008

La personal shopper e la dialettica servo-padrone

Il servo ha paura della morte e si pone inerte di fronte all’essere della natura che lo sovrasta. La personal stopper è inerte di fronte alla vetrina e non può’ comprare nulla. È piegata dal carovita. Non ha paura di morire di fame, fra poco ci muore davvero. Il padrone domina il mondo e piega il servo al suo volere, il quale preferisce obbedire piuttosto che affrontare la vita e la morte. La personal shopper è piegata al potere del denaro della signora che serve. Non ha di che realizzarsi e quindi realizza i desideri di qualcun altro. Il servo produce per il suo signore e crea qc che assume una forma: un oggetto, un pranzo, un abito. Diventa artefice e il suo oggetto è indipendente da lui. Ha finalmente creato qc di suo che è frutto del suo fare e si sente realizzato perché ha messo in atto le proprie capacità formatrici. Ma la personal shopper di cosa dovrebbe sentirsi fiera? Che cosa ha realizzato? Lo stile della sua signora? Se la signora non ne ha. Se la signora la lascia fare. Se non è una mera esecutrice ma una realizzatrice di moda e stile, se il suo acquisto è libero come diventa libero il servo quando crea, libero dal prodotto di cui non gode e libero dal signore da cui si allontana avendo ora un modo suo di dominare la vita, la propria creatività. La personal shopper è creativa? In un certo senso si. Crea stili. E allora la via per rendersi davvero indipendente e realizzarsi non è restare al fianco della signora di cui ne subisce le facoltà (in termini di gusto e denaro) ma creare un’attività sua propria magari come consulente d’immagine.

domenica 13 aprile 2008

linguaggio e uso

Il senso di una proposizione (cioè la sua verità o falsità) era data secondo il primo Wittgestein dalla corrispondenza con un fatto, chiamato anche stato di cose. il resto era vanità o non senso, tanto che da Wittgestein era chiamato mistico ossia l'ineffabile, ciò di cui non si può parlare. Se prendiamo come esempio una proposizione che, usando il mezzo blog, ci riguarda da vicino dovremmo dire: il blog è un insieme di caratteri scritti che descrivono un pensiero che si traduce in una pagina da leggere.
Che tristezza.
Anche Wittgestein si rese perfettamente conto che il linguaggio non si riduce a ciò, che non può essere solo espressione di uno stato di cose e che la definizione che ho dato prima (inventata da me, potrei sbagliarmi del definirla alla Wittgestein e aspetto critiche se ciò fosse) è limitante e riduttiva. Potremmo altrettanto dire: il blog è arte o il blog è letteratura, solo che in questo caso avremmo creato una proposizione che difficilmente corrisponde a uno stato di cose e ci addentreremmo nella metafisica e nel mistico appunto perché è estremamente difficile definire cosa è l'arte e cosa è la letteratura e poi l'arte e la letteratura non corrispondono a semplici fatti, sono descrizioni di fatti che nel loro significato implicano molto di più. Sono attività, direbbe Wittgestein ossia chiarificano il pensiero e il linguaggio escludendo dal senso tutto ciò che non corrisponde a stati di cose. Alla fine si arriverebbe al paradosso che l'arte non ha senso cosi come la letteratura. Allora Dovremmo correggere il tiro come fa il secondo Wittgestein (quello delle Richerche filosofiche) e dire che il linguaggio non ha senso se e solo se ad esso corrisponde un fatto o più fatti ma ha plurimi sensi e significati a seconda dell'uso che se ne fa. E allora il blog prende vita e diventa tutto ciò che noi vogliamo, dipende appunto dall'uso che ne facciamo.

domenica 30 marzo 2008

Un'illusione

Tante sono le illusioni del nostro vivere..potrebbe essere una di queste la libertà? Ci riteniamo liberi da sempre ma lo siamo davvero? In fondo la denuncia di un tale stato è desiderio, diritto addirittura considerato inalienabile. E' così? Si è mai realizzato appieno tale diritto? La questione mi spinge a fare alcune riflessioni sia di carattere ontologico-esistenziale che di carattere sociale. La prima è: Cosa è libero del nostro essere? La mente? imprigionata da sempre in un corpo che si modifica e trasforma al di là dei nostri desideri e della nostra volontà? Il corpo che è sacrificato e condizionato e forse nel migliore dei casi guidato all'agire dalla mente? Trovassero un accordo, ci sarebbe un perfetto equilibrio e da qui la soluzione: finalmente liberi. Invece no. A parte che trovare un equilibrio è solo dei saggi e non sempre riesce ma rimane il fatto che il nostre essere, supponiamo combinazione di mente e corpo , non è mai isolato. Vive in un ambiente che comunque lo condiziona sia a livello naturale che a livello sociale. Come a dire con il famoso motto: la mia libertà finisce dove inizia l'altro. Questo altro è l'ambiente e sono gli altri esseri umani. E allora casa è la libertà? Un'illusione? Un'invenzione degli illuministi ispirati ai filosofi del '600 che la desideravano proprio perché non l'avevano? Serve alla politica? Credo che la libertà sia un'ideale che fungge da principio di compromesso. Io ti grantisco un determinato margine di azione in cambio di un favore, sia esso il tuo voto o il tuo rispetto. Rispetto di regole che mi garantiscono altrettanto un margine. E allora la libertà diventa patto e questo i giusnaturalisti lo avevano ben capito. Solo che essa non è più diritto inalienabile e principio naturale , rimane una convenzione e trova la sua garanzia solo in se stessa.

domenica 16 marzo 2008

Il cammello e.....

Io sono un cammello, accetto tutto: datemi un Dio è sarà il mio Dio. Datemi una morale e sarà la mia morale. Un giorno il cammello incontra il forte leone, il leone con la sua volontà di potenza lo spazza via, lo distrugge. Prevale la legge del più forte: i deboli soccombono e i forti, coloro che sanno imporre la propria volontà si affermano. Il forte distrugge il passato, la filosofia vecchia che si piega alla volontà dell'etica già data e della storia lineare, a senso unico. Dalla distruzione del tutto arriva una vita nuova quella del fanciullo che si apre al mondo e a tutto ciò che il mondo gli offre e lo prende e accetta: amore, odio, ragione, passione, desiderio e tragicità. tutto ciò fa parte della vita e per questo va presa e va vissuta senza troppi pregiudizi o paranoie. Questo è il superuomo di Nietzsche: colui che accetta il mondo per ciò che è con tutte le sue contraddizioni. Colui che si fa profeta di un futuro terreno e non oltremondano perché la vita è qui e non altrove; colui che crea senso con l'agire di nel mondo, sentendo con il corpo ed esprimendo senso con l'arte e con la tecnica. Colui che arriva a comprendere che la sua verità è solo una favola, una delle tante possibili interpretazioni del mondo. (Breve interpretazione del senso dell'opera "Così parlò Zarathustra").

sabato 1 marzo 2008

L'educazione passa dallo sport

Questo post apparirà su entrambi i miei blog di Google perché credo fermamente nel valore educativo dello sport. Lo sport educa la mente attraverso il corpo. Gli antichi, greci e romani, avevano talmente chiaro il concetto da renderlo parte integrante dell'educazione del fanciullo fin dalla tenera età. Platone, il più astratto dei filosofi, apprezzava lo sport quanto la matematica e nell'educazione del futuro governante non c'era solo la filosofia ma c'era l'attività fisica. Noi contemporanei, dopo anni di vita sedentaria nelle nostre poltrone d'ufficio, riscopriamo il valore dell'attività sportiva e sembra che anche il Governo, oramai decaduto, ne abbia appreso l'importanza permettendo (nella finanziaria è previsto) di detrarre dalle tasse una percentuale per le attività sportive dei propri figli.
Cosa insegna lo sport? Insegna la costante educazione alla fatica e al rigore nonché l'allenamento all'esercizio. Valori indispensabili nel quotidiano di ognuno da bambini fino alla vecchiaia. Portare a termine un compito fa parte della vita, continuare anche quando ci si sente sconfitti aiuta a rispondere alle disfatte e a trovare soluzioni. Lo sport come la filosofia allena la mente perché propone alternative alla resa. Non arrendersi nel mondo feroce e individualista che oggi ci troviamo di fronte è una grande risorsa e lo sport la propone come modus operandi costante.

domenica 3 febbraio 2008

Il tradimento

E' un tema che mi tocca da vicino e che sento appartenere a molti. Trovo giusto quindi provare a farne un'analisi filosofica cercando di trovarne il significato vero nelle sue varie sfacettature. Già, perchè ritengo che non esista una sola forma di tradimento. Per capire però bisogna partire dal significato che si attribuisce al termine. Tra-dire implica un nascondere, un dire fra le righe che qualcosa non ha funzionato, non è andata. Le aspettative che si avevano nei confronti di una persona o di un progetto sono stati delusi. Quindi si tradiscono persone ma anche ideali e aspettative e desideri. Tra-dire significa deludere, ingannare l'altro, il tradito ma anche se stessi, la fiducia nella proprie capacità di essere coerenti rispetto a qualcosa che si doveva e si voleva mantenere. Tra-dire implica quindi una rivelazione: la rivelazione del fallimento di un progetto costruito insieme a qualcuno o semplicemente da soli. Il tradimento è una sconfitta. Si sconfiggono le stime che si hanno di sè e degli altri. Il tradimento rivela un'illusione, l'illusoria credenza in valori che si reputavano sacri o più semplicemente rispettabili, nel senso che avrebbero dovuto essere degni di rispetto.

"Il tradimento è simile ai diamanti: non ci guadagna chi commercia al dettaglio." Douglas Jerrold

Come a dire: se non apprezzi, non promettere. La banalità non è degna.

domenica 27 gennaio 2008

Discernere

La capacità di discernere sta alla base della conoscenza. Già Platone aveva messo in evidenza la necessità di distinguere il molteplice dall'uno per non perdere il senso del -non- come diverso anziché come nulla (Parmenide) e ridursi alla mera unità che può essere tutto ma può anche essere limite e quindi poco. Aristotele aveva diviso la fisica dalla metafisica, i medievali il cielo dalla terra, i moderni la scienza dalla filosofia, Cartesio la mente dal corpo, Kant il fenomeno dal noumeno ed Hegel il soggetto dall' oggetto nonché la logica dalla realtà. Freud il conscio dall'inconscio, Nietzsche il poeta dal filosofo, Heidegger l'ente dall' essere e così via. Il percorso è lungo e infinito e si può concludere con un altro degli assunti a me tanto cari ossia che con il discernere si applica la capacità di analisi: sciogliere i nodi del ragionamento in ogni questione possibile per poi riprenderli recuperandone l'essenziale attraverso la sintesi. Il discernere presuppone l'analisi ed è costruttivo se si conclude con la sintesi.

mercoledì 9 gennaio 2008

Al di là del bene e del male

"Perché tutte le cose sono battezzate alla sorgente dell'eternità e al di là del bene e del male: ma gli stessi bene e male non sono altro che ombre intermedie, umidi affanni e nuvole lente." Zarathustra, Nietezsche

Nietzsche propone un'etica che è appunto al di là del bene e del male, dove per bene e male si intende ciò che propone la dottrina "farisea" e cattolica della tradizione. Se la prende anche con i protestanti che hanno accentuato l'ideale positivo del progresso nel lavoro enfatizzandolo nel modo più esasperato nella cultura illuministica che però per Nietzsche è illusoria perché nasconde la miseria dell'uomo e lo convince di essere la creatura migliore sulla terra. Ma l'uomo misero per Nietzsche deve essere superato e bisogna arrivare all'etica dei migliori, degli aristocratici, dei più forti (di spirito naturalmente) ossia di coloro che sanno sopportare e accettare nonostante il tragico di ogni esistenza e andare avanti e creare valori quotidiani ma nello stesso tempo eterni perché voluti e scelti e legati al reale (Il senso della terra), a questo mondo. Nel libro "I Simpson e la filosofia" gli autori paragonano Lisa Simpson a Kant ed è sicuramente corretto. Lisa agisce per il dovere in sè ma ha anche una consapevolezza smaliziata del senso tragico della vita e dell'inutilità del suo agire secondo norme formali che la avvicina senza ombra di dubbio a Nietzsche. Diciamo che ha una ragione Kantiana e una coscienza Nietzschiana.
Nietzsche è stato anche profeta e ha previsto le guerre totali che si sarebbero riversate sull'uomo del XX secolo. Ma la sua previsione è stata così acuta da prevedere la distruzione totale di ogni valore seguita però dall'assoluto nulla? In "Children of men" è molto evidente questo scenario, non c'è più nulla per cui vale la pena vivere, l'uomo ha solo distrutto, ma cosa ha creato? Prevale la guerra di tutti contro tutti che ricorda sicuramente il pensiero di Hobbes piuttosto che quello di Nietzsche.
La lezione di Nietzsche si è realizzata nel modo migliore e quindi peggiore per quanto riguarda la distruzione ma poi il superuomo dove è? I nuovi valori quali sono? Quelli dei nostri politici che si beffeggiano, che si preoccupano più dei figli degli alleati e degli amori dei propri? O quelli dell'etica di Beautyful (la soap opera) dove tutto è lecito basta che emozioni (anche la morte, la resurrezione, l'incesto plurimo, la morale del più forte, non nel senso Nietzschiano ma in quello più becero della cattiveria senza nessuna giustificazione). Allora vale anche "Uomini e donne" di Maria De Filippi, tanto tutto fa brodo.
Davvero la nostra società è uno specchio di quella americana che si vede nei telefilm deprimenti di "sex and the city" o "desperate housewives"? Ci serve "Smallville" e Superman per farci sognare un mondo migliore?

mercoledì 2 gennaio 2008

Esiste Dio?

Letture ed amicizie mi portano in questa direzione lasciando una domanda senza risposta:
esiste Dio?
Per dire che una cosa esiste bisogna sapere cosa è quella cosa, quale sia la sua natura. Riflettere sulla natura di Dio fornisce la risposta sulla sua esistenza. Nella storia della filosofia abbiamo varie proposte che dimostrano l'esistenza di Dio o la confutano a seconda di ciò che si intende con il termine Dio e a seconda delle nostre capacità gnoseologiche e del criterio di verità attribuito ad ogni proposizione. Allora avremo autori atei che considerano Dio una mera illusione, il Novecento ne è assolutamente pregno, allo studente più attento ricercare nomi e origini del pensiero e avremo autori credenti.
Ecco la parola: credenti; il mistero di Dio non si risolve con la ragione ma presuppone la fede, perché qualsiasi assunto noi abbiamo di Dio, lo creiamo si con la ragione ma con essa non siamo in grado di dimostrarlo se non postulando un alcunché che si riferisce a Dio (ad es. Se Dio è l'essere perfetto, allora esiste). Ma abbiamo la prova che Dio è l'essere perfetto? No, lo postuliamo e allora? Bisogna crederci!

giovedì 13 dicembre 2007

Un' esistenza triste

Uno degli aforismi più famosi di Schopenhauer ricorda che la nostra esistenza è irrimediabilmente triste. Noi siamo un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore. Oggi potremmo attualizzare il pensiero dell'autore e, applicandolo alla blogosfera, scrivere più o meno così: noi blogger sappiamo scrivere o post tristi o post noiosi, altro non c'è. Basta farsi un giro in alcune community per capire quanta tristezza caratterizza i post più apprezzati e quanta noia c'è in altri post. Se si parla di felicità lo si fa in chiave esortatrice, evocandola, ed essa appare effimera in qualche riga in una giornata particolarmente buona per chi scrive. La nostra è una vita disgraziata. Bisognerebbe forse pensare ciò che sostiene Mario Guarna, presidente dell'associazione confilosofare, ossia essere consapevoli della finitudine della nostra esistenza ed essere in grado di assumere tale consapevolezza come guida del nostro esistere ricercando ciò che in esco vi è di buono. Una sorta di cura del sé consapevole alla Montaigne. Risultato? Sei tendenzialmente sfigato ma siine consapvole per non piangerti addosso inutilmente e cerca fra le pagine della sfortuna qualche momento di gioia perché a cercar bene esso c'è . E allora buona caccia al tesoro!

domenica 9 dicembre 2007

Il sublime, l'illusione e l'arte

Secondo l'interpretazione di Diego Fusaro per Nietzsche il sublime artistico nel senso kantiano è soggiogamento artistico dell'atroce e si lega al ridicolo che è scaricarsi artistico del disgusto (cioè io sublimo il disgusto e lo faccio divenire arte. Ciò che trovo grottesco nel reale, lo trasformo in espressione artistica e nello stesso tempo poetica e ridicola. Un esempio sublime, parafrasando, di unione di grottesco, ridicolo e atroce si trova ne "La vita è bella" di Roberto Benigni. Il tema della favola là si intreccia con la tragedia e con il gioco che diventa realtà solo alla fine del film, anche se reale e favola sono mischiati fin dall'inizio della narrazione.
Solo la favola intesa come arte per Nietzsche permette di rappresentare il lato tragico, dionisiaco e quindi allegro e orribile della vita.
L'attore può' essere inteso come uomo dionisiaco che cerca il sublime e cerca il riso. Non cerca però necessariamente la verità ma il suo lavoro è un misto fra verità e bellezza (voglio che sia bello e voglio far ridere). Quindi egli cerca la verisimiglianza come diceva Aristotele. Rimane quindi legato a quel concetto di verità come illusione nell'arte proposto proprio nel lavoro di Nietzsche.

mercoledì 28 novembre 2007

Il genio

Regolarizza l’irregolare. Fa ciò perché sa cogliere l’irregolare nelle regole, lo sa estrapolare e poi normalizzare. Vede oltre l’uomo comune e ne coglie le naturali irregolarità che per lui invece sono regole, normali esibizioni dell’essere. Arriva dove il comune non aspira e intrappola ciò che è inusuale fino a renderlo qualcosa di comune. Volete degli esempi? Leonardo inventò il primo equipaggiamento da sub che sembrava ai più solo uno scafandro. Coco Chanel usò il jersey per gli abiti quando ai più sembrava un tessuto adatto al massimo per la biancheria. Ne volete altri? Pensateci, vi verranno facili.

domenica 18 novembre 2007

Esiste ancora l'a-priori?

L'a-priori trova il suo fondamento in Cartesio che con il suo cogito ha posto le basi per l'autonomia gnoseologica della ragione. Può la ragione da sola arrivare a un qualche conoscenza che sia chiara e distinta? Sì, risponde Cartesio: il cogito ergo sum.
Sviluppato nelle sue caratteristiche formali l'a priori trova spazio nella filosofia kantiana che ne fa la base della conoscenza che ha per forma appunto le forme dello spazio e del tempo a priori (cioè che sono universali e necessarie) e le categorie che Kant chiama concetti puri a priori e come contenuto la materia (l'esperienza).
Hegel ha assolutizzato l'a-priori sostenendo che la ragione è in grado di comprendere ogni realtà e con il concetto dell'assoluto di conoscere appunto l'assoluto nella sua purezza almeno nella logica. (ha bisogno poi della storia per vederlo realizzato e quindi conosciuto appieno).
Nietzsche distrugge completamente l' a-priori; l'aveva già affossato in parte Schopenhauer dicendo che le conoscenze basate sull'a-priori sono solo un mondo rappresentato dal soggetto e non la vera realtà che per lui è la cieca volontà irrazionale che agisce come le pare. Per Nietzsche è possibile conoscere qualcosa? Credo che per Nietzsche conoscere sia dare un'interpretazione a ciò che si esperisce a livello teoretico ed esistenziale attraverso un'interpretazione lirica o corporea che viene dal sè (uso un termine tecnico, di cui le idee sono una prospettiva). Lirica vuol dire basata sull'uso poliedrico del linguaggio, sulla metafora, sulla poesia. In Nietzsche non c'è un a-priori, non ci sono canoni prestabiliti che garantiscono una verità più giusta. Nietzsche ha l'esigenza di distruggere e lascia aperto al singolo lo spazio per creare. Da lui in poi nulla sarà più certo e tutto sarà messo in discussione a partire proprio dall'a-priori che sarà diverso da filosofo a filosofo e che forse non esiste più, non è più chiaramente definibile (in senso univoco). La sua filosofia dell'interpretare sarà poi sviluppata dall'ermeneutica che banalmente vuole dire appunto interpretazione.
Per rispondere alla questione in termini contemporanei:
L'a-priori è una convenzione come lo è il o l'es. Bisogna accordarci su cosa ci pare più efficace. Forme logiche o linguistiche che si utilizzano per comprendere l'oggetto.

lunedì 12 novembre 2007

La metafora del gusto

Che Nietzsche fosse un precursore dei tempi odierni si era capito da parecchio ma leggete qua:"E voi dite, amici, che non si ha da discutere sul gusto e sul sapore? Ma tutta la vita è una disputa sul gusto e sul sapore!". Che vorrà dire in questo breve passo il nostro autore? Come se misurassimo la nostra esistenza in base al gusto e al sapore! Al di là della metafora che significa? Che noi respingiamo ciò che troviamo disgustoso e assimilammo ciò che invece troviamo piacevole. In cucina come nella vita noi usiamo tale misura. Rifuggiamo la sofferenza e apprezziamo il piacere. Ma non bisogna fraintendere Nietzsche. Ciò non significa scappare di fronte alle nostre responsabilità a codardamente scappare di fronte alla fatica o al dolore. Ma essere in grado, grazie alla volontà di potenza, di respingere ciò che nuoce. Ma se non si riesce? Mi chiederete. Perché fattori esterni erano imprevedibili? Il dioniso ci ha messo lo zampino e allora la stessa volontà di potenza ci indurrà ad accettare la tragedia. Come dire: mi disgusta ma ci troverò del buono da qualche parte. Cercate uomini.....

domenica 4 novembre 2007

Continua la simbiosi

ora vi svelo l'autore. E' K. Cobain che ha scritto il passo nel post precedente e sue sono queste parole:"..i dotati, coloro che sono ovviamente superiori, hanno non solo il controllo dei propri studi, ma un piccolo dono speciale in più alla nascita, animato dalla passione (questo dono potrebbe essere paragonato alla Volontà di potenza di Nietzsche che spinge a creare e a fornire senso alla vita). Un 'energia innata, totalmente spirituale (ecco, qui c'è una differenza, Nietzsche la rende corporea e non spirituale, per lui è pura energia fisica di cui la mente è solo uno strumento di consapevolezza).... Non fidatevi dei sistematizzatori. Niente può essere valutato secondo una logica totale o scienza. (Il dietromondo della metafisica viene negato anche dall'ignorante ma intelligente Kurt Cobain, Nietzsche lo avrebbe senza dubbio abbracciato). Nessuno è speciale abbastanza da avere risposte a tutto ciò (il vero saggio per Nietzsche o il profeta è colui che accetta l'infinitudine del reale e che ne afferra solo una porzione nell'arte.)".

giovedì 1 novembre 2007

Friedrich Cobain

Accoppiata audace? Per molti apparirà tale ma per me no. La stessa impressione sul mondo e la stessa smania di fare, di creare, di dire e di dare. Ma a volte persino gli stessi pensieri. Proviamo a fare un gioco, scriviamo una frase e poi decidiamo se attribuirla a Cobain o a Nietzsche. Eccola: "Il nichilismo è un'ottima base su cui costruire una fondazione di ideali ma non fateci entrare le termiti." Capire chi dei due è l'autore non è facile almeno ad una prima lettura, perché vi è lo stesso intento: il creare dal nulla. Vi è anche lo stesso uso di metafore zoologiche, spesso liriche e per lo più incomprensibili. Ma continuiamo nell'analisi e vi troviamo altre assonanze: il desiderio smodato di dare al mondo se stessi con tutta la passione che questo comporta. Una differenza: Nietzsche ha sopportato meglio il dolore!

domenica 28 ottobre 2007

Il corpo ha vinto

"il corpo è una grande ragione più grande di ogni ragionevole ragione, di ogni coscienza o io o spirito, ma anche di ogni istinto o sentire o volere.....Questo senso superiore è il corpo: un'unità intuibile forse soltanto in quel che abita il corpo e che è e diviene il corpo...
Ma il risvegliato, il sapiente dice: corpo io sono in tutto e per tutto, e nulla al di fuori di questo; e anima è solo una parola per un qualcosa presso il corpo." (VI I 35) fr. postumo

Cosa è immediatamente evidente da questi frammento? Scompare il tema dell'io come ragione e come anima intesa come soggetto (di cartesiana memoria) e parte essenziale dell'io. La parte essenziale dell'io non è più l'anima per Nietzsche ma è il corpo. Il corpo sente, soffre, vive e la ragione è ridotta a mero strumento del corpo, è un giocattolo, scrive Nietzsche della grande ragione che è il corpo. E' come se la ragione fosse piegata alle esigenze del corpo e le sue azioni fossero guidate da esso. Quando soffri, ragioni in un determinato modo, quando stai bene in un altro. Non è la ragione che controlla il corpo ma il corpo che gestisce i ragionamenti, li guida, li modifica. Il sentire tragico della vita è percepito per primo con il corpo attraverso la musica per esempio, è viscerale e poi viene elaborato dalla ragione.
Ho sentito in questi giorni la biografia di Kurt Cobain dei Nirvana che esprimeva bene questo concetto. La tragicità del vivere, la sofferenza dell’essere qui ed ora e o meglio nel suo caso l’insofferenza di accettare una vita dentro gli schemi sociali era sentita dapprima con il suo corpo ed espressa nella sua musica e solo in seguito filtrata dalla ragione ed espressa per esempio nei testi delle sue canzoni. Uccidere il suo corpo era per lui una via d’uscita a questa forza accecante che il corpo ha di sopraffare con un dolore continuo e lancinante che lui sentiva e così è morto. Il corpo ha vinto.