mercoledì 16 novembre 2011

Il costume

Il costume rappresenta un popolo, la cultura, la sua educazione ma anche il suo marcio. Noi giriamo con abiti griffati che spesso sono comperati negli outlet e quindi sono di seconda mano. Ma, fino qui niente di male: pensiamo a dove sono fatti, a come vengono prodotti o da chi sono venduti. Sto cercando il brutto nella moda. Cercare il brutto in qualcosa che appare costantemente bello è molto difficile. Mi sono resa conto che gli devo conferire una connotazione etica e non solo meramente estetica, allora è più facile. trovare il brutto a livello estetico diventa difficile, è soggettivo. Anche il bello mi direte voi. Sicuramente, ma le mie ricerche si spingono a trovare connotazioni universali o che valgono perlopiù. Ci proverò.
Per tornare al titolo: abbiamo un costume noi oggi? Il made in italy è il nostro costume e dobbiamo riscoprirlo per la congiuntura negativa che caratterizza il nostro tempo e perchè ben fatto, essenzialmente per questo. Inoltre è molto creativo ed innovativo.

domenica 13 novembre 2011

Filosofia dello sport, filosofia di vita

Filosofia dello sport, filosofia di vita: La filosofa dello sport nelle sue categorie essenziali e contingenti: la battaglia, la sfida, il gioco. La figura dell'atleta e il suo rapporto con sè, l'altro, il campo, la gara, l'allenatore, il pubblico, la squadra.

giovedì 3 novembre 2011

lunedì 22 novembre 2010

Priapo e la moda


Priapo e la moda.
Si può associare Priapo alla moda? Da un po’ di tempo mi sono fissata con quest’idea, che esista una moda priapea. Ma in quale senso intenderla? Nel senso di osceno? Volgare? Sessuale? Brutto? Bello?
Devo rispondere a tutte questi quesiti e poi produrrò qualcosa. Ma una riflessione mi viene da fare: il sesso è legato alla vita e mai come oggi evidente, in vetrina, mostrato con orgoglio, in maniera priapea appunto. Un bene? Un male? Provate a rifletterci …aspetto osservazioni. Continuerò questo post dopo averci pensato ancora un po’ e grazie al vostro aiuto

venerdì 11 dicembre 2009

Filo-poesia

Quando si fa didattica il lessico è fondamentale. Chiarisce e spiega. Chiarisce il contenuto e il significato dell'uso del termine e in questo modo lo spiega. Siete abituati ai neologismi. Io, come creazione virtuale, sono un neologismo: modalogia, filosofia della moda. Ho riflettuto in questi anni di lavoro e di creazioni reali e virtuali sull'uso delle parole e dei termini e sulle modalità di espressione della mia filosofia. Sono venuta a pensare che la mia è filo-poesia. Mi è venuto così spontaneamente mentre stavo spiegando le nuove forme di interazione e di formazione che la rete può fornire fra le quali c'è anche questo blog. Essendomi impossessata di questa definizione e usandola, è giusto spiegarla. La filo-poesia è una forma di espressione filosofica antica e nuova. Infatti nella filosofia c'è sempre stata la poesia (il più grande poeta filosofo del passato è Platone, moderno Nietzsche); fra i poeti che spiegano il reale e l'uomo io ci metto Alda Merini e poi Leopardi, due giganti nel chiarire il senso delle cose. Io mi sento vicina a queste forme di espressione e, senza pretendere di eguagliarne la grandezza, mi accontento di coglierne lo spirito e di cercare nel mio piccolo di farlo mio. Mi sono sempre sentita una strana, una che diverge con il pensiero. Scrivere aforismi è già una forma d'arte, perché in un piccolo spazio (una frase) devi condensare un senso pieno, un tutto. Mi riesce e allora uso questa forma espressiva. Scrivere post è comunque una forma espressiva nuova e se volete creativa, anche lì in poco spezio devi spiegare ed essere accattivante. Ma la filo -poesia non è solo questo. E' scrivere in bello stile qualcosa che abbia un motivo e una ragion d'essere e non scrivere per scrivere. Dare un senso pieno alle cose in forma di linguaggio che danza, che dondola. Quando scrivo, io suono. Gli inglesi usano il verbo play per esprimere qualsiasi forma d'arte: cantare, suonare, recitare. Quando io scrivo, volo: mi par di dondolare sulle mie parole che assumono un carattere lirico, un che di dondoleggiante e musicale che al lettore suona piacevole e ogni qua e là ci invento qualcosa: un neologismo, una parola composta, un significato nuovo che un termine vecchio aveva precedentemente assunto. Ed ecco che nasce la filo-poesia. In fondo la moda e lo sport sono due forme ricreative e io vi ho scritto sopra. Anche i temi che prediligo sono artistici e quindi si crea un tutt'uno fra ciò che significa e il significante che suona poetico tanto quanto il contenuto.

sabato 13 giugno 2009

shopaholic

Il termine è diventato famoso grazie agli scritti di Sophie Kinsella e all'omonimo testo "Confessions of a shopaholic". Devo dire che io ho usato lo stesso significato e l'ho racchiuso nel termine " fashion maniaco". Il termine inglese ha una connotazione negativa che il mio termine non ha. La malattia sta a un passo nella mania ma è già ben definita nel termine suffisso -holic- che deriva da alcoholic e significa letteralmente drogato di shopping. Rappresenta il desiderio compulsivo di possedere un oggetto, pagandolo dopo essere entrati in un negozio o averlo visto in una vetrina. La componente visiva reale è importante. Non si ha la stessa soddisfazione comprando on line perché, come sempre e come molti filosofi sostengono, il desiderio passa dall'occhio e dal tatto che vengono soddisfatti mediante la visione dell'oggetto del desiderio, in vetrina, nel negozio, sulla bancarella del mercato. On line c'è la soddisfazione del visivo ma manca la soddisfazione degli altri sensi, che per l'uomo contemporaneo ancora contano: l'odore e il tatto. Il profumo del nuovo, il profumo del negozio, il profumo della commessa, il profumo del denaro usato per pagare sono tutte componenti dell'eccitazione suscitata nello shoppinngmaniaco o shopaholico che affiorano nel momento dell'acquisto. Come ogni desiderio appagato, l'oggetto nella busta perde tutto il suo valore, e, una volta acquistato, viene spesso dimenticato nell'armadio. L'alcoolizzato di shopping non gode nell'indossare o usare ciò che acquista, gode solo nel comprare. E' tutto il rito dell'acquisto che lo eccita: dal pensiero alla realizzazione dello stesso. Pensare di comprare qualcosa a casa, salire in auto per andare a prenderlo, entrare nel tal negozio, parlare con il negoziante e pagare, ecco il momento più alto di soddisfazione del desiderio: l'oggetto sta per essere mio. Quanto è già mio, non mi interessa più. La mia mente è proiettata altrove, magari a godersi il lungo lago dove si affaccia il negozio. Dalla shoppingmania si puo' guarire, se si elimina il desiderio dell'atto dell'acquisto e si focalizza l'attenzione sull'inutilità del gesto. Esso porta a un godimento effimero che può essere dato anche da altro: la visione del lago menzionato sopra. Annullare il desiderio è impossibile, modificarne l'oggetto è una probabilità.