sabato 13 settembre 2008

Amor e psiche

La favola di Amore e Psiche affascina studenti di tutte le generazioni. La si potrebbe riprodurre in versione bloggara: psiche come autrice dei post e amore lì a commentare, decantandone le lodi razionali e belle. Amore ricorda Dioniso e Pische, Apollo, nella sua purezza razionale ma limitata e lui nel suo furor d'amore come ci insegna Giordano Bruno che dell'amore ne ha fatto un vanto e l'ha tradotto in filosofia. Perché amare? Amare è bello in tutte le sue forme: dalle più carnali alle spirituali, basta amare. Allora perché non amar il bel ragionamento che il filosofar produce, che se poi portato in rete, ad amore del commento conduce. E' uscito un post in rima perché anche la scrittura gode se in bella forma. Introduciamo il nuovo anno con la passion che ci adorna. Restiamo attaccati alla ragione e alle sue forme belle che amor ci aiuta a seguirne le arti in tutte le sue facce grasse e snelle. Destreggiamoci nell'arte del bello ragionare e chissà che amor non arrivi anche per noi con il saper da farci amare.

martedì 3 giugno 2008

la moda secondo Gadamer

Chi ha letto “Verita e metodo” (1960) oppure ha sentito il termine Ermeneutica, ha come minimo una vaga idea di ciò che vado ad affrontare. Ma spero di rendere chiari i concetti anche a coloro che Gadamer non lo hanno mai letto. Mi è venuta l’idea di applicare il circolo ermeneutico, che l’autore applica ai libri di testo, alla moda e al suo mondo che può essere visto come un circolo dove però si interpreta anche il soggetto. Così come il lettore domanda senso al testo, gli chiede cosa significa questo e quello, si pone domande a cui il testo risponde, lo stesso fa chi indossa un abito il mattino o meglio lo acquista, chiede all’abito di interpretare uno stile, di rispondere ad una domanda di conferimento di senso: io chiedo all’abito di supplire una determinata funzione. Essere pratico o elegante, adatto a quella o questa circostanza. Ma chiedo ad esso anche un senso: gli chiedo di interpretare il mio stile. L’abito risponde a questa esigenza. La sua risposta non è direttamente soddisfazione di una domanda di senso ma lo è indirettamente perché fornisce senso a me che lo indosso, mi interpreta e io mi sento interpretato da esso. La differenza fra il testo interpretato dal lettore secondo Gadamer e l’abito interpretato da me è che il vero senso viene ricevuto da chi indossa l’abito e non tanto dall’abito stesso che rimane un oggetto, un mezzo; esso parla attraverso la persona che lo indossa, ne rivela uno stile, un carattere, una personalità peculiare. Quindi il vero interpretato è il cliente. La persona che acquista un abito perché esso gli regala uno stile, conferisce senso alla sua ricerca di stile, alla sua domanda: che stile indosso? Che stile rappresento? E lo riferisce anche a chi guarda. Allora la domanda è rivolta a chi guarda colui che indossa l’abito e la la domanda dell’osservatore è: ma chi sei? e l’abito insieme all’uomo risponde e il circolo si chiude. L’abito acquista senso grazie a chi lo indossa e a chi osserva colui che indossa. Diventa un quadrato costruito da abito, indossatore, osservatore, domanda-risposta che si rivolge in tutte le direzioni.



è come se ci fossero due livelli di interrogazione: quello centrale che va dalla domanda alla risposta, fornita dall’abito all’osservatore grazie all’indossatore e il secondo livello sotteso ma altrettanto importante che va dall’osservatore all’abito all’indossatore, che si interroga su di sé, e si fornisce una risposta, grazie all’abito, alla domanda: quale è il mio stile? Infine egli regala la propria risposta a chi osserva.

domenica 11 maggio 2008

La scelta della donna

"Troppo a lungo nella donna si celarono uno schiavo e un tiranno. Perciò la donna non è ancora capace di amicizia; essa conosce solo l'amore. Nell'amore della donna è ingiustizia e cecità per tutto ciò che essa non ama. E anche nell'amore cosciente della donna c'è sempre, insieme con la luce, aggressione, lampo, e notte. La donna non è ancora capace di amicizia: le donne sono sempre gatte, e uccelli. O, nel migliore dei casi, vacche" (Nietzsche, Zarathustra).

Una visione della donna niente affatto lusinghiera ma a tratti acuta caratterizza questo passo dello Zarathustra dedicato all'essere femminile. Come se nella femminilità si fosse concentrato tutto ciò che è corrosivo. La donna secondo Nietzsche distrugge, è solo l'uomo colui che crea nell'accezione dell'oltre-uomo. La donna non si purifica dai propri difetti e dalle proprie debolezze, l'uomo solo è in grado di purificarsi e di divenire profeta del proprio cambiamento e rinnovamento.
La società non ha mutato di molto l'impressione che Nietzsche ebbe della donna. Ma le donne sono consapevoli di se stesse? Si riconoscono in questa accezione e dissentono da essa? La donna ha attitudini e modalità di espressione e comportamento diverse dall'uomo ma condivide con lui valori e con lui li crea. Io ritengo che la donna sia portatrice di senso; basti pensare alle donne in politica e nelle scienza nonché nella letteratura, donne che anche lo stesso Nietzsche avrebbe definito superuomini. Nonostante ciò in momenti di crisi sociale ed economica si vuole relegare la donna ad un ruolo marginale, impedirle di scegliere di svolgere mansioni di primo piano.
E le donne stesse si accontentano di questi ruoli. Perché? La società le ha indotte a combattere per ottenere ruoli, posizioni e riconoscimenti che a tratti sfumano e a tratti permangono, dando la sensazione che ci sia un nulla di fatto. Alla donna spettano troppi ruoli nei quali si barcamena con successo anche ma che la sfiancano e a volte si chiede se vale ancora la pena di lottare; l'eterno ritorno di Nietzsche prevede anche il regresso? Io credo di si. E la donna è pronta a regredire al ruolo di madre, se necessario ma non può esserle tolta la parola, il diritto alla scelta, il diritto di creare senso autonomamente e propriamente attraverso un'azione che sia sua e non frutto del pesante consiglio maschile che si traduce in un obbligo per tutelare un diritto: quello della supremazia che la civiltà nega ma che la natura urla. Il machismo non è mai morto.

mercoledì 30 aprile 2008

la storia soggettiva

Una volta si diceva: E se la guerra l’avesse vinta Hitler? Ora si dice: e se la storia del dopoguerra l’avesse scritta Hitler? Ha provato a farlo Piergiorgio Odifreddi, matematico e opinionista dei più acuti a mio parere, che ha scritto la storia del dopoguerra intervistando il dittatore e ne sono uscite delle belle: gli Usa, i veri maestri del genocidio e della democrazia imposta.
Non sono novità, direte voi. No, non lo sono..ma stranamente se ne parla sempre poco e i più ricordano l’olocausto e non lo sterminio degli indiani d’America o quello degli aztechi in nome della croce e non solo. La storia del Vietnam sentita da vietnamiti deve essere nuova musica per le orecchie e gli occhi abituati ai polpettoni alla Spielberg. E allora perché non proviamo a guardare la storia anche con gli occhi altrui? Forse vedremo un mondo nuovo, sicuramente diverso.


Il postino Mario diceva a Neruda che la poesia è di chi la usa (Il postino) e io dico parafrasando Odifreddi che la storia è di chi la scrive, che se ne impossessa e la fa sa sua per giustificare le proprie scelte alla luce de poi e non dell’ora e dell’adesso.

lunedì 21 aprile 2008

La personal shopper e la dialettica servo-padrone

Il servo ha paura della morte e si pone inerte di fronte all’essere della natura che lo sovrasta. La personal stopper è inerte di fronte alla vetrina e non può’ comprare nulla. È piegata dal carovita. Non ha paura di morire di fame, fra poco ci muore davvero. Il padrone domina il mondo e piega il servo al suo volere, il quale preferisce obbedire piuttosto che affrontare la vita e la morte. La personal shopper è piegata al potere del denaro della signora che serve. Non ha di che realizzarsi e quindi realizza i desideri di qualcun altro. Il servo produce per il suo signore e crea qc che assume una forma: un oggetto, un pranzo, un abito. Diventa artefice e il suo oggetto è indipendente da lui. Ha finalmente creato qc di suo che è frutto del suo fare e si sente realizzato perché ha messo in atto le proprie capacità formatrici. Ma la personal shopper di cosa dovrebbe sentirsi fiera? Che cosa ha realizzato? Lo stile della sua signora? Se la signora non ne ha. Se la signora la lascia fare. Se non è una mera esecutrice ma una realizzatrice di moda e stile, se il suo acquisto è libero come diventa libero il servo quando crea, libero dal prodotto di cui non gode e libero dal signore da cui si allontana avendo ora un modo suo di dominare la vita, la propria creatività. La personal shopper è creativa? In un certo senso si. Crea stili. E allora la via per rendersi davvero indipendente e realizzarsi non è restare al fianco della signora di cui ne subisce le facoltà (in termini di gusto e denaro) ma creare un’attività sua propria magari come consulente d’immagine.

domenica 13 aprile 2008

linguaggio e uso

Il senso di una proposizione (cioè la sua verità o falsità) era data secondo il primo Wittgestein dalla corrispondenza con un fatto, chiamato anche stato di cose. il resto era vanità o non senso, tanto che da Wittgestein era chiamato mistico ossia l'ineffabile, ciò di cui non si può parlare. Se prendiamo come esempio una proposizione che, usando il mezzo blog, ci riguarda da vicino dovremmo dire: il blog è un insieme di caratteri scritti che descrivono un pensiero che si traduce in una pagina da leggere.
Che tristezza.
Anche Wittgestein si rese perfettamente conto che il linguaggio non si riduce a ciò, che non può essere solo espressione di uno stato di cose e che la definizione che ho dato prima (inventata da me, potrei sbagliarmi del definirla alla Wittgestein e aspetto critiche se ciò fosse) è limitante e riduttiva. Potremmo altrettanto dire: il blog è arte o il blog è letteratura, solo che in questo caso avremmo creato una proposizione che difficilmente corrisponde a uno stato di cose e ci addentreremmo nella metafisica e nel mistico appunto perché è estremamente difficile definire cosa è l'arte e cosa è la letteratura e poi l'arte e la letteratura non corrispondono a semplici fatti, sono descrizioni di fatti che nel loro significato implicano molto di più. Sono attività, direbbe Wittgestein ossia chiarificano il pensiero e il linguaggio escludendo dal senso tutto ciò che non corrisponde a stati di cose. Alla fine si arriverebbe al paradosso che l'arte non ha senso cosi come la letteratura. Allora Dovremmo correggere il tiro come fa il secondo Wittgestein (quello delle Richerche filosofiche) e dire che il linguaggio non ha senso se e solo se ad esso corrisponde un fatto o più fatti ma ha plurimi sensi e significati a seconda dell'uso che se ne fa. E allora il blog prende vita e diventa tutto ciò che noi vogliamo, dipende appunto dall'uso che ne facciamo.

domenica 30 marzo 2008

Un'illusione

Tante sono le illusioni del nostro vivere..potrebbe essere una di queste la libertà? Ci riteniamo liberi da sempre ma lo siamo davvero? In fondo la denuncia di un tale stato è desiderio, diritto addirittura considerato inalienabile. E' così? Si è mai realizzato appieno tale diritto? La questione mi spinge a fare alcune riflessioni sia di carattere ontologico-esistenziale che di carattere sociale. La prima è: Cosa è libero del nostro essere? La mente? imprigionata da sempre in un corpo che si modifica e trasforma al di là dei nostri desideri e della nostra volontà? Il corpo che è sacrificato e condizionato e forse nel migliore dei casi guidato all'agire dalla mente? Trovassero un accordo, ci sarebbe un perfetto equilibrio e da qui la soluzione: finalmente liberi. Invece no. A parte che trovare un equilibrio è solo dei saggi e non sempre riesce ma rimane il fatto che il nostre essere, supponiamo combinazione di mente e corpo , non è mai isolato. Vive in un ambiente che comunque lo condiziona sia a livello naturale che a livello sociale. Come a dire con il famoso motto: la mia libertà finisce dove inizia l'altro. Questo altro è l'ambiente e sono gli altri esseri umani. E allora casa è la libertà? Un'illusione? Un'invenzione degli illuministi ispirati ai filosofi del '600 che la desideravano proprio perché non l'avevano? Serve alla politica? Credo che la libertà sia un'ideale che fungge da principio di compromesso. Io ti grantisco un determinato margine di azione in cambio di un favore, sia esso il tuo voto o il tuo rispetto. Rispetto di regole che mi garantiscono altrettanto un margine. E allora la libertà diventa patto e questo i giusnaturalisti lo avevano ben capito. Solo che essa non è più diritto inalienabile e principio naturale , rimane una convenzione e trova la sua garanzia solo in se stessa.