"Perché tutte le cose sono battezzate alla sorgente dell'eternità e al di là del bene e del male: ma gli stessi bene e male non sono altro che ombre intermedie, umidi affanni e nuvole lente." Zarathustra, Nietezsche
Nietzsche propone un'etica che è appunto al di là del bene e del male, dove per bene e male si intende ciò che propone la dottrina "farisea" e cattolica della tradizione. Se la prende anche con i protestanti che hanno accentuato l'ideale positivo del progresso nel lavoro enfatizzandolo nel modo più esasperato nella cultura illuministica che però per Nietzsche è illusoria perché nasconde la miseria dell'uomo e lo convince di essere la creatura migliore sulla terra. Ma l'uomo misero per Nietzsche deve essere superato e bisogna arrivare all'etica dei migliori, degli aristocratici, dei più forti (di spirito naturalmente) ossia di coloro che sanno sopportare e accettare nonostante il tragico di ogni esistenza e andare avanti e creare valori quotidiani ma nello stesso tempo eterni perché voluti e scelti e legati al reale (Il senso della terra), a questo mondo. Nel libro "I Simpson e la filosofia" gli autori paragonano Lisa Simpson a Kant ed è sicuramente corretto. Lisa agisce per il dovere in sè ma ha anche una consapevolezza smaliziata del senso tragico della vita e dell'inutilità del suo agire secondo norme formali che la avvicina senza ombra di dubbio a Nietzsche. Diciamo che ha una ragione Kantiana e una coscienza Nietzschiana.
Nietzsche è stato anche profeta e ha previsto le guerre totali che si sarebbero riversate sull'uomo del XX secolo. Ma la sua previsione è stata così acuta da prevedere la distruzione totale di ogni valore seguita però dall'assoluto nulla? In "Children of men" è molto evidente questo scenario, non c'è più nulla per cui vale la pena vivere, l'uomo ha solo distrutto, ma cosa ha creato? Prevale la guerra di tutti contro tutti che ricorda sicuramente il pensiero di Hobbes piuttosto che quello di Nietzsche.
La lezione di Nietzsche si è realizzata nel modo migliore e quindi peggiore per quanto riguarda la distruzione ma poi il superuomo dove è? I nuovi valori quali sono? Quelli dei nostri politici che si beffeggiano, che si preoccupano più dei figli degli alleati e degli amori dei propri? O quelli dell'etica di Beautyful (la soap opera) dove tutto è lecito basta che emozioni (anche la morte, la resurrezione, l'incesto plurimo, la morale del più forte, non nel senso Nietzschiano ma in quello più becero della cattiveria senza nessuna giustificazione). Allora vale anche "Uomini e donne" di Maria De Filippi, tanto tutto fa brodo.
Davvero la nostra società è uno specchio di quella americana che si vede nei telefilm deprimenti di "sex and the city" o "desperate housewives"? Ci serve "Smallville" e Superman per farci sognare un mondo migliore?
blog di didattica aperta a commenti con temi della filosofia, dell'arte, e della storia e della moda come costume e filosofia
mercoledì 9 gennaio 2008
mercoledì 2 gennaio 2008
Esiste Dio?
Letture ed amicizie mi portano in questa direzione lasciando una domanda senza risposta:
esiste Dio?
Per dire che una cosa esiste bisogna sapere cosa è quella cosa, quale sia la sua natura. Riflettere sulla natura di Dio fornisce la risposta sulla sua esistenza. Nella storia della filosofia abbiamo varie proposte che dimostrano l'esistenza di Dio o la confutano a seconda di ciò che si intende con il termine Dio e a seconda delle nostre capacità gnoseologiche e del criterio di verità attribuito ad ogni proposizione. Allora avremo autori atei che considerano Dio una mera illusione, il Novecento ne è assolutamente pregno, allo studente più attento ricercare nomi e origini del pensiero e avremo autori credenti.
Ecco la parola: credenti; il mistero di Dio non si risolve con la ragione ma presuppone la fede, perché qualsiasi assunto noi abbiamo di Dio, lo creiamo si con la ragione ma con essa non siamo in grado di dimostrarlo se non postulando un alcunché che si riferisce a Dio (ad es. Se Dio è l'essere perfetto, allora esiste). Ma abbiamo la prova che Dio è l'essere perfetto? No, lo postuliamo e allora? Bisogna crederci!
esiste Dio?
Per dire che una cosa esiste bisogna sapere cosa è quella cosa, quale sia la sua natura. Riflettere sulla natura di Dio fornisce la risposta sulla sua esistenza. Nella storia della filosofia abbiamo varie proposte che dimostrano l'esistenza di Dio o la confutano a seconda di ciò che si intende con il termine Dio e a seconda delle nostre capacità gnoseologiche e del criterio di verità attribuito ad ogni proposizione. Allora avremo autori atei che considerano Dio una mera illusione, il Novecento ne è assolutamente pregno, allo studente più attento ricercare nomi e origini del pensiero e avremo autori credenti.
Ecco la parola: credenti; il mistero di Dio non si risolve con la ragione ma presuppone la fede, perché qualsiasi assunto noi abbiamo di Dio, lo creiamo si con la ragione ma con essa non siamo in grado di dimostrarlo se non postulando un alcunché che si riferisce a Dio (ad es. Se Dio è l'essere perfetto, allora esiste). Ma abbiamo la prova che Dio è l'essere perfetto? No, lo postuliamo e allora? Bisogna crederci!
giovedì 13 dicembre 2007
Un' esistenza triste
Uno degli aforismi più famosi di Schopenhauer ricorda che la nostra esistenza è irrimediabilmente triste. Noi siamo un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore. Oggi potremmo attualizzare il pensiero dell'autore e, applicandolo alla blogosfera, scrivere più o meno così: noi blogger sappiamo scrivere o post tristi o post noiosi, altro non c'è. Basta farsi un giro in alcune community per capire quanta tristezza caratterizza i post più apprezzati e quanta noia c'è in altri post. Se si parla di felicità lo si fa in chiave esortatrice, evocandola, ed essa appare effimera in qualche riga in una giornata particolarmente buona per chi scrive. La nostra è una vita disgraziata. Bisognerebbe forse pensare ciò che sostiene Mario Guarna, presidente dell'associazione confilosofare, ossia essere consapevoli della finitudine della nostra esistenza ed essere in grado di assumere tale consapevolezza come guida del nostro esistere ricercando ciò che in esco vi è di buono. Una sorta di cura del sé consapevole alla Montaigne. Risultato? Sei tendenzialmente sfigato ma siine consapvole per non piangerti addosso inutilmente e cerca fra le pagine della sfortuna qualche momento di gioia perché a cercar bene esso c'è . E allora buona caccia al tesoro!
domenica 9 dicembre 2007
Il sublime, l'illusione e l'arte
Secondo l'interpretazione di Diego Fusaro per Nietzsche il sublime artistico nel senso kantiano è soggiogamento artistico dell'atroce e si lega al ridicolo che è scaricarsi artistico del disgusto (cioè io sublimo il disgusto e lo faccio divenire arte. Ciò che trovo grottesco nel reale, lo trasformo in espressione artistica e nello stesso tempo poetica e ridicola. Un esempio sublime, parafrasando, di unione di grottesco, ridicolo e atroce si trova ne "La vita è bella" di Roberto Benigni. Il tema della favola là si intreccia con la tragedia e con il gioco che diventa realtà solo alla fine del film, anche se reale e favola sono mischiati fin dall'inizio della narrazione.
Solo la favola intesa come arte per Nietzsche permette di rappresentare il lato tragico, dionisiaco e quindi allegro e orribile della vita.
L'attore può' essere inteso come uomo dionisiaco che cerca il sublime e cerca il riso. Non cerca però necessariamente la verità ma il suo lavoro è un misto fra verità e bellezza (voglio che sia bello e voglio far ridere). Quindi egli cerca la verisimiglianza come diceva Aristotele. Rimane quindi legato a quel concetto di verità come illusione nell'arte proposto proprio nel lavoro di Nietzsche.
Solo la favola intesa come arte per Nietzsche permette di rappresentare il lato tragico, dionisiaco e quindi allegro e orribile della vita.
L'attore può' essere inteso come uomo dionisiaco che cerca il sublime e cerca il riso. Non cerca però necessariamente la verità ma il suo lavoro è un misto fra verità e bellezza (voglio che sia bello e voglio far ridere). Quindi egli cerca la verisimiglianza come diceva Aristotele. Rimane quindi legato a quel concetto di verità come illusione nell'arte proposto proprio nel lavoro di Nietzsche.
domenica 2 dicembre 2007
L'essenza dell'invidia
La religione cattolica pone l'invidia fra i sette peccati capitali, ed esso è forse il più antipatico di tutti. Se proviamo un po' di compassione verso i pigri, quando pigri non siamo, verso i lussuriosi, è un peccato latente in ogni essere umano, verso i golosi, a chi non piace la cioccolata o il gelato, per l'invidia non proviamo pietà perché tra i peccati capitali è quello che coinvolge di più l'altro in quanto oggetto dell'invida è sempre un'altra persona migliore di quella che invidia. La persona invidiata, spesso ignara di questo sentimento nei propri confronti, è amica o benevola verso l'invidioso, gli ha dato consigli, gli ha offerto la propria amicizia, ma l'invidioso che è anche subdolo si finge amico per carpire segreti e debolezze e sfruttarle poi per sferrare un attacco di vendetta che si può protrarre nel tempo anche molto lontano rispetto magari a un torto subito o che si pensa (è più vera la seconda ipotesi) di aver subito. L'invidioso, essendo un essere inferiore, è cattivo, della cattiveria propria dei vili, non della cattiveria intelligente dei folli che fanno danni totali ma sempre con un disegno razionale degno di lode. No, è una cattiveria stupida, voluta solo per ferire che però se viene scoperta rende l'invidioso oltre che vile anche disprezzabile agli occhi dei più che lo denoteranno proprio di quelle accezioni che egli vuole evitare e lo renderanno ancora più meschino esaltando l'invidiato. Ecco che l'invidioso ottiene qualche volta che le sue cattiverie diventino un boomerang. Il consiglio che diamo all'invidioso è : non invidiare e se proprio non ci riesci , cerca di ferire l'altro con maggiore intelligenza in modo da non farti scoprire per quel che sei ossia un mero vigliacco e ipocrita.
Il gesuita Roberto Bellarmino definisce l'invida efficacemente così: "Un peccato per il quale l'uomo ha dispiacere del bene d'altri, perché gli pare che diminuisca la grandezza propria.
Ma, scrivo io: esiste tale grandezza? E' in grado l'invidioso di valutare sé obiettivamente? Di rapportarsi degnamente all'altro? Desidera essere riconosciuto dall'altro per ciò che veramente è?
Il gesuita Roberto Bellarmino definisce l'invida efficacemente così: "Un peccato per il quale l'uomo ha dispiacere del bene d'altri, perché gli pare che diminuisca la grandezza propria.
Ma, scrivo io: esiste tale grandezza? E' in grado l'invidioso di valutare sé obiettivamente? Di rapportarsi degnamente all'altro? Desidera essere riconosciuto dall'altro per ciò che veramente è?
mercoledì 28 novembre 2007
Il genio
Regolarizza l’irregolare. Fa ciò perché sa cogliere l’irregolare nelle regole, lo sa estrapolare e poi normalizzare. Vede oltre l’uomo comune e ne coglie le naturali irregolarità che per lui invece sono regole, normali esibizioni dell’essere. Arriva dove il comune non aspira e intrappola ciò che è inusuale fino a renderlo qualcosa di comune. Volete degli esempi? Leonardo inventò il primo equipaggiamento da sub che sembrava ai più solo uno scafandro. Coco Chanel usò il jersey per gli abiti quando ai più sembrava un tessuto adatto al massimo per la biancheria. Ne volete altri? Pensateci, vi verranno facili.
giovedì 22 novembre 2007
La democrazia è omologazione?
Siamo tutti Uguali! principio cardine della Democrazia. Bisogna però aggiungere tutti uguali nelle nostre libertà. Uguali non basta, bisogna anche essere liberi. La democrazia senza la libertà è omologazione, sfocia in forme negative di gestione dell'eguale. Vi faccio due esempi: la rivoluzione francese e i ghetti ebrei della seconda guerra mondiale. Durante la rivoluzione francese il principio dell'uguaglianza è applicato nella politica di Robespierre che però sfocia nel terrore: siamo tutti uguali, se non rispetti tale uguaglianza, se non ti omologhi, ti aspetta la ghigliottina. I non uguali, i dissidenti venivano fisicamente eliminati. Nel ghetto si diceva: si è tutti uguali di fronte al nuovo nemico nazista. Intellettuali e manuali, sacerdoti e laici, tutti uguali, tutti umili, tutti umiliati e omologati, ridotti a numeri e figure con la stella gialla, senza nome. La libertà assoluta è un'utopia ed è impossibile perché si limita scontrandosi con quella altrui, ma anche l'uguaglianza assoluta è altrettanto privativa: toglie un diritto alla persona: l'affermazione del sé nella sua semplice espressione.
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