lunedì 13 novembre 2023

Camminando per Trento, scopri che ...

 

Passeggiare per Trento permette a colui che ama camminare e leggere di imbattersi in un angolo che offre all'immaginazione un'autostrada di possibilità: la Libreria del viaggiatore, un antro quasi da scorgere e angusto da visitare ma che apre le porte al mondo, almeno nei sogni di ciascuno; immagini che si proiettano nei libri di chi viaggia, ha viaggiato o viaggerà. Lì dentro tu sogni: i tuoi viaggi da fare o quelli che altri hanno compiuto per te e nei quali ti immergi quasi per caso ma con audacia e profondità. Mi è successo con il piccolo ma enorme testo L'ebbrezza del camminare di Emeric Fesset, un filosofo del viaggio a piedi che incontra orsi stanchi e rispettosi quanto lui, viaggia nella Tundra e ai poli e si commuove davanti ai rifiuti umani, segno di incontro della specie con la propria specie dopo infiniti momenti di splendida ma straziante solitudine dove si scopre la natura ma anche il valore dell'uomo che avevi smarrito. Da leggere in un pomeriggio davanti al camino, magari ai nipoti adolescenti per sognare con loro un viaggio nella lettura e nella pratica, abbandonando l'altro viaggio nell'internet per un po'.


venerdì 1 gennaio 2016

Irrational man

sono qui oggi solo per consigliarvi un film di Woody Allen:'Irrational man'. Metti un bell'uomo, che insegna filosofia all'università ed è depresso e fissato con la teoria del caso e con il calcolo della probabilità; mettici anche due donne, tanto per rendere il tutto più pepato e condiscilo con qualche spiegazione filosofica esistenziale che fa sempre il suo effetto ed hai una ricetta per il successo Alleniano. Così vedi un bel film, ma la cosa interessante è che diventa un utile strumento didattico per dirci che il caso è imprevedibile e per quanto tu sia bravo a calcolare, l' imprevedibile è tale perché ti frega, lasciando sempre un margine di incalcolabilita' che fa la differenza fra un'azione di successo e un fallimento. Il film fornisce anche un'altra lezione però: non agire è già di per sè un fallimento, in quanto è come rinunciare alla vita che ti passa sopra ma diventa vuota. Una lezione di filosofia che apre a tante immagini esistenziali che ti possono coinvolgere e soprattutto far comprendere che la filosofia è una prospettiva sulla vita e non è lontana da essa.

http://www.mymovies.it/film/2015/irrationalman/

lunedì 24 dicembre 2012

Copia



Negli ultimi tempi la moda non crea più. Non creando, la moda rimane copia dell'arte, lontano dal bello.

lunedì 5 novembre 2012

Sotto il vestito tutto, poesia fra il serio e il faceto

La gonna della donna
non è una gogna;
arricchisce alla bisogna.
Snellisce e insegna
giochi magici e allegri,
sotterfugi e inganni.
Non toglie ma dona
fascino alla dama.

mercoledì 13 giugno 2012

Moda, passione triste?


Mi giunge alla mente una nuova riflessione che vorrei sviluppare con voi, cari lettori. La moda è una passione? Sicuramente, in quanto lavoro creativo, arte e sogno come scrivo nel mio libro. Ma, leggendo il testo di M. Benasayag "L'epoca delle passioni tristi", mi è venuto in mente se fra queste possiamo far rientrare il sogno moda.  Come ogni passione essa ci soddisfa, ci influenza, ci gestisce. Sta a noi attribuirle il giusto ruolo, essere consapevoli del suo valore ma anche della sua caducità. E fin qui...niente di nuovo. Perché triste? Perché caduca, perché insoddisfacente: la moda ci veste e ci traveste, ci fa sognare ma non si concretizza in alcunché, almeno per il fruitore di moda. Lascia il piacere del godimento al piacere in sé senza andare oltre, anzi riempiendo lo spazio vuoto dell'armadio e creando disordine. Non parlo della moda in quanto lavoro, se lo è, è dignitoso come tutti. Né in quanto arte, come tale è espressione del vero, del vero sociale. No, parlo della moda in sé, quella di cui godiamo tutti. E' una passione triste perché ci ha illuso che poteva essere per sempre, che i luccichii degli anni '80 di cui era l'emblema e la bandiera potessero durare per sempre e invece non è così. Anche la moda come tutte le passioni ha il suo tempo.

giovedì 24 novembre 2011

Sense cam, i miei sensi sono miei!



Sense cam, i miei sensi sono miei!

L’estetica e l’etica di un semplice apparecchio rivoluzionario.

Immaginate di essere sempre loggati attraverso una video camera (sense cam)che registra ogni movimento o alterazione di luce, calore sia interni che esterni: Se mi muovo , sbadiglio, digerisco, tossisco o il mio vicino mi manda un bacio la mia sense cam lo registra. Cosa potrei farne? Potrei usarla per registrare in sequenza le oscillazioni della seta durate una sfilata, valutare la trasparenza del tessuto, i riflessi della luce, i giochi d’ ombra del corpo della modella. Ma potrei anche sapere se lei ha sparlato di me durante la camminata, facendo una battuta sotto voce oppure se ha fatto una smorfia mente le dicevo di cambiare abito e se non le è piaciuta la recensione che ho scritto su di lei mentre gliela leggevo e non potevo guardarla. C’era la mia cam: il mio registratore di movimenti e sensazioni e alterazioni vocali e di luce e sempre e comunque. Va bene? È lecito? Dipende dall’uso che se ne fa. Se la uso per la seta ok, per spiare la modella no. Esistono aggeggi di tal sorta. Le indossano i cervelli della computer science e si dicono soddisfatti. Per gli scienziati i progressi scientifici sono quasi sempre soddisfacenti. Ma la portata etica di un tale apparecchio? La registrazione di tutto, proprio tutto, anche quello che non vorresti vedere o sentire ti fa piacere? Tu lo tieni per te? O magari ti viene la tentazione di usarlo a tuo vantaggio, danneggiando la privacy altrui? Le tentazioni sono forti, le azioni sono facili e veloci e le conseguenze sono inevitabili. Siamo partiti dalla sfera estetica, siamo sforati nella sfera etica. La precisione dell’apparecchio sfocia nella imprevedibilità dell’uso, tutto affidato per ora al buon senso dei pochi che lo possiedono. Per ora!

Ogni cosa che ha a che fare con il reale diviene etica. perché implica l’agire e il rapporto con l’altro. Tocca la libertà, tocca l’interesse, tocca il lecito. Facciamo attenzione a tutto ciò che è nuovo , anche se meraviglioso; va valutato e non sottovalutato.

mercoledì 16 novembre 2011

Il costume

Il costume rappresenta un popolo, la cultura, la sua educazione ma anche il suo marcio. Noi giriamo con abiti griffati che spesso sono comperati negli outlet e quindi sono di seconda mano. Ma, fino qui niente di male: pensiamo a dove sono fatti, a come vengono prodotti o da chi sono venduti. Sto cercando il brutto nella moda. Cercare il brutto in qualcosa che appare costantemente bello è molto difficile. Mi sono resa conto che gli devo conferire una connotazione etica e non solo meramente estetica, allora è più facile. trovare il brutto a livello estetico diventa difficile, è soggettivo. Anche il bello mi direte voi. Sicuramente, ma le mie ricerche si spingono a trovare connotazioni universali o che valgono perlopiù. Ci proverò.
Per tornare al titolo: abbiamo un costume noi oggi? Il made in italy è il nostro costume e dobbiamo riscoprirlo per la congiuntura negativa che caratterizza il nostro tempo e perchè ben fatto, essenzialmente per questo. Inoltre è molto creativo ed innovativo.

domenica 13 novembre 2011

Filosofia dello sport, filosofia di vita

Filosofia dello sport, filosofia di vita: La filosofa dello sport nelle sue categorie essenziali e contingenti: la battaglia, la sfida, il gioco. La figura dell'atleta e il suo rapporto con sè, l'altro, il campo, la gara, l'allenatore, il pubblico, la squadra.

giovedì 3 novembre 2011

lunedì 22 novembre 2010

Priapo e la moda


Priapo e la moda.
Si può associare Priapo alla moda? Da un po’ di tempo mi sono fissata con quest’idea, che esista una moda priapea. Ma in quale senso intenderla? Nel senso di osceno? Volgare? Sessuale? Brutto? Bello?
Devo rispondere a tutte questi quesiti e poi produrrò qualcosa. Ma una riflessione mi viene da fare: il sesso è legato alla vita e mai come oggi evidente, in vetrina, mostrato con orgoglio, in maniera priapea appunto. Un bene? Un male? Provate a rifletterci …aspetto osservazioni. Continuerò questo post dopo averci pensato ancora un po’ e grazie al vostro aiuto

venerdì 11 dicembre 2009

Filo-poesia

Quando si fa didattica il lessico è fondamentale. Chiarisce e spiega. Chiarisce il contenuto e il significato dell'uso del termine e in questo modo lo spiega. Siete abituati ai neologismi. Io, come creazione virtuale, sono un neologismo: modalogia, filosofia della moda. Ho riflettuto in questi anni di lavoro e di creazioni reali e virtuali sull'uso delle parole e dei termini e sulle modalità di espressione della mia filosofia. Sono venuta a pensare che la mia è filo-poesia. Mi è venuto così spontaneamente mentre stavo spiegando le nuove forme di interazione e di formazione che la rete può fornire fra le quali c'è anche questo blog. Essendomi impossessata di questa definizione e usandola, è giusto spiegarla. La filo-poesia è una forma di espressione filosofica antica e nuova. Infatti nella filosofia c'è sempre stata la poesia (il più grande poeta filosofo del passato è Platone, moderno Nietzsche); fra i poeti che spiegano il reale e l'uomo io ci metto Alda Merini e poi Leopardi, due giganti nel chiarire il senso delle cose. Io mi sento vicina a queste forme di espressione e, senza pretendere di eguagliarne la grandezza, mi accontento di coglierne lo spirito e di cercare nel mio piccolo di farlo mio. Mi sono sempre sentita una strana, una che diverge con il pensiero. Scrivere aforismi è già una forma d'arte, perché in un piccolo spazio (una frase) devi condensare un senso pieno, un tutto. Mi riesce e allora uso questa forma espressiva. Scrivere post è comunque una forma espressiva nuova e se volete creativa, anche lì in poco spezio devi spiegare ed essere accattivante. Ma la filo -poesia non è solo questo. E' scrivere in bello stile qualcosa che abbia un motivo e una ragion d'essere e non scrivere per scrivere. Dare un senso pieno alle cose in forma di linguaggio che danza, che dondola. Quando scrivo, io suono. Gli inglesi usano il verbo play per esprimere qualsiasi forma d'arte: cantare, suonare, recitare. Quando io scrivo, volo: mi par di dondolare sulle mie parole che assumono un carattere lirico, un che di dondoleggiante e musicale che al lettore suona piacevole e ogni qua e là ci invento qualcosa: un neologismo, una parola composta, un significato nuovo che un termine vecchio aveva precedentemente assunto. Ed ecco che nasce la filo-poesia. In fondo la moda e lo sport sono due forme ricreative e io vi ho scritto sopra. Anche i temi che prediligo sono artistici e quindi si crea un tutt'uno fra ciò che significa e il significante che suona poetico tanto quanto il contenuto.

sabato 13 giugno 2009

shopaholic

Il termine è diventato famoso grazie agli scritti di Sophie Kinsella e all'omonimo testo "Confessions of a shopaholic". Devo dire che io ho usato lo stesso significato e l'ho racchiuso nel termine " fashion maniaco". Il termine inglese ha una connotazione negativa che il mio termine non ha. La malattia sta a un passo nella mania ma è già ben definita nel termine suffisso -holic- che deriva da alcoholic e significa letteralmente drogato di shopping. Rappresenta il desiderio compulsivo di possedere un oggetto, pagandolo dopo essere entrati in un negozio o averlo visto in una vetrina. La componente visiva reale è importante. Non si ha la stessa soddisfazione comprando on line perché, come sempre e come molti filosofi sostengono, il desiderio passa dall'occhio e dal tatto che vengono soddisfatti mediante la visione dell'oggetto del desiderio, in vetrina, nel negozio, sulla bancarella del mercato. On line c'è la soddisfazione del visivo ma manca la soddisfazione degli altri sensi, che per l'uomo contemporaneo ancora contano: l'odore e il tatto. Il profumo del nuovo, il profumo del negozio, il profumo della commessa, il profumo del denaro usato per pagare sono tutte componenti dell'eccitazione suscitata nello shoppinngmaniaco o shopaholico che affiorano nel momento dell'acquisto. Come ogni desiderio appagato, l'oggetto nella busta perde tutto il suo valore, e, una volta acquistato, viene spesso dimenticato nell'armadio. L'alcoolizzato di shopping non gode nell'indossare o usare ciò che acquista, gode solo nel comprare. E' tutto il rito dell'acquisto che lo eccita: dal pensiero alla realizzazione dello stesso. Pensare di comprare qualcosa a casa, salire in auto per andare a prenderlo, entrare nel tal negozio, parlare con il negoziante e pagare, ecco il momento più alto di soddisfazione del desiderio: l'oggetto sta per essere mio. Quanto è già mio, non mi interessa più. La mia mente è proiettata altrove, magari a godersi il lungo lago dove si affaccia il negozio. Dalla shoppingmania si puo' guarire, se si elimina il desiderio dell'atto dell'acquisto e si focalizza l'attenzione sull'inutilità del gesto. Esso porta a un godimento effimero che può essere dato anche da altro: la visione del lago menzionato sopra. Annullare il desiderio è impossibile, modificarne l'oggetto è una probabilità.

domenica 1 febbraio 2009

Motivazione del sè

Insegnanti, sempre più spesso nell'occhio del ciclone. Secondo l'opinione pubblica non lavorano, si ammalano, si demotivano. Non sono professionisti. Ma qualcuno si è mai chiesto se loro, i protagonisti di tanta attenzione da parte dei media siano motivati? Siano soddisfatti? Non importa a nessuno, ecco perché non se lo chiedono. Ma a me si, a me importa e me lo chiedo tutti i giorni: io sono motivata? La domanda corretta e pertinente dovrebbe essere: da cosa sono motivata nell'esercizio di cotale professione? Dai miei utenti? E chi sono? Gli alunni o i genitori? O la società tutta? Se sono gli alunni, dovrebbero motivarmi con l'attenzione e lo studio: io do e ricevo in cambio una risposta. Ma tale risposta è sempre meno brillante e sempre meno elaborata. I ragazzi sono figli del fast learning: imparo tutto in fretta e dimentico tutto altrettanto in fretta. La meditazione, frutto dell'impegno quotidiano, è una fatica troppo pesante per essere da loro sostenuta costantemente salvo rare eccezioni. I miei utenti sono i genitori? Lamentele sopprimono l'insegnante più volentoroso e lo distruggono dopo l'ora del colloquio o ricevimento genitori. Quanti genitori hanno motivato l'insegnante dei loro figli? lo hanno spronato a dare di più? Spesso sento mamme che infangano il tal insegnante solo perché ha osato dare un voto negativo al figlio. Non vanno a fondo della questione, giudicano a prescindere. Che mi resta? Lo stato: il mio datore di lavoro? Sono 12 anni che insegno, sono ancora precaria, sono sempre meno pagata in proporzione al caro vita e sono sempre meno considerata e troppo considerata, negativamente! Non mi posso nemmeno ammalare perché secondo Brunetta dovrei andare dal medico dalle 13.00 alle 14.00: l'unica ora d'aria che mi è concessa in caso di malattia. Che mi resta? Mi resto io, con la mia volontà e la mia intelligenza, io che cerco di trovare ancora un senso in questo lavoro che è quasi deplorevole. Io che trovo in me i motivi dell'insegnamento: sono un'insegnante, insegno, cosa? dipende: oggi a stare al mondo, domani Heidegger, dopodomani perché preferire questo o quello, insegnare vuol dire fornire un motivo ad un ragazzo per venire a scuola e questo motivo lo devo trovare in me sennò non arriva nemmeno a lui. In questa dissertazione di filosofico c'è solo l'habitus: la virtù dell'insegnante è svolgere al meglio il proprio lavoro e per farlo deve essere motivata. Credo di aver trovato la soluzione

venerdì 5 dicembre 2008

La filosofia nel fluire multimediale

Ritengo che la multimedialità sia un ottimo mezzo di diffusione, di fruizione e di interazione.
Diffusione: raggiungibile da tutti coloro che usano il computer, internet e i motori di ricerca. Per esempio se si scrive in un motore di ricerca fra quelli più in uso l'espressione: filosofia della moda, appare, con orgoglio della sottoscritta, il sito di Modalogia, filosofia della moda, primo in Italia ad occuparsi di questa disciplina. Si può aggiungere, oltre alla diffusione, l'innovazione sia nell'informare che nel fruire di ciò che si trova pensato e scritto on line.
La fruizione è complementare alla diffusione: io fruisco del contenuto multimediale, se esso è presente on line, se il motore di ricerca lo trova, se quindi il mio contenuto è ben indicizzato.
La vera novità del multimediale si trova però nell'interazione: io fruisco di un'informazione e posso interagire con il testo e l'autore, leggendo, commentando, dialogando con chi scrive anche on line, anche in simultanea (dipende dal mezzo impiegato). Posso chiedere chiarimenti, produrre obiezioni, creare discussioni., Meraviglia dell'ermeneutica e sua evoluzione tecnologica, il multimediale permette un dialogo fra autore, testo e lettore che prima non era mai stato così diretto. Se Gadamer avesse avuto un blog, ne sarebbe uscito un nuovo "Verità e metodo - 1960" e lui, che si è fermato alle interviste, ne sarebbe rimasto entusiasta per l'immediatezza e l'interattività. Con i nuovi mezzi si stabilisce un fruire reciproco di notizie e informazioni fra lettore e autore che serve a tutti: a chi scrive per comprendere la validità di ciò che si è scritto e si voleva comunicare, per chi legge: che trova nell'interazione un completamento della comprensione.

mercoledì 26 novembre 2008

Kierkegaard ci disse di scegliere

Viviamo nel mondo delle immagini, nel mondo dei guardoni. Il grande fratello è ovunque. Da facebook a Myspace e lifeintwo, tutti guardano tutti e godono. Godono di un'immagine vista, fantasticano su una storia on line, fatta di sesso virtuale, appena guardato e simulato. Tu sei tu, ma non sei tu. Basta un clic e tutto è spento, tutto se ne va. La seduzione si gioca sull'immagine e sul racconto, virtuali entrambi, falsati entrambi. Per l'immagine si cerca il lato migliore, il profilo migliore, l'apparizione migliore. Lì sorridevo va bene, non importa se ho una vita cupa. E allora tutti possono diventare tutto e niente, essere tutto e niente, godere di tutto e niente, alienarsi, spersonalizzarsi, essere nessuno, solo un'immagine virtuale che quando diventa reale si spenge alla noia del quotidiano. Il virtuale ci fa godere per quel che è: una finestra sul sogno, di essere altro, in un altro posto, in un altro momento, mai noi stessi. Ma Kierkegaard ci disse di scegliere: cosa vuoi essere un'immagine di seduzione o una persona?

sabato 11 ottobre 2008

Il bello secondo Kant e secondo noi

Il bello secondo Kant e secondo noi
Kant sostiene che il bello è ciò che si comunica universalmente. Se io ti dico: questo donna è bella. Anche se tu non la ritieni il tuo ideale di donna ma in lei ci sono delle caratteristiche che non ti infastidiscono, tu la giudichi bella come la giudico io. Kant, nella sua genialità, ha proposto l’universale negativo: basta che non nuoccia al senso estetico ossia che non infastidisca lo sguardo e si giudica bello anche se proprio non ci esalta, non eccita la nostra libido. Il bello è comunicabile socialmente, mi spiego: in una società che si evolve ci sono delle connotazioni di bello in cui tutti ci ritroviamo e che valgono per tutti noi. Per es. tutti giudichiamo bella Elisabetta Canalis così come Cristina Chiabotto, due icone diverse fra loro ma che incarnano la bellezza ai giorni nostri. Noi però, credo, abbiamo subito un mutamento nel nostro provar piacere di fronte al bello, ci piacciono cose nuove, diverse rispetto ai nostri antenati. Ci piace il trash. Siamo capaci di giudicare bello, ossia che non ci infastidisce, “L’isola dei Famosi” e “La talpa”, nonostante possiamo essere in disaccordo sul fatto che siano belle trasmissioni ossia ben fatte, piacevoli da guardare. Non ci infastidiscono e le guardiamo . ma questo basta per dire che sono belle? Indagando Kant mi sovviene alla mente il fatto che lui giudicasse bello anche qualcosa che è in armonia con il buono che troviamo in noi. Ma siccome in noi di buono c’è gran poco oramai, ci troviamo in armonia con il trash.

sabato 13 settembre 2008

Amor e psiche

La favola di Amore e Psiche affascina studenti di tutte le generazioni. La si potrebbe riprodurre in versione bloggara: psiche come autrice dei post e amore lì a commentare, decantandone le lodi razionali e belle. Amore ricorda Dioniso e Pische, Apollo, nella sua purezza razionale ma limitata e lui nel suo furor d'amore come ci insegna Giordano Bruno che dell'amore ne ha fatto un vanto e l'ha tradotto in filosofia. Perché amare? Amare è bello in tutte le sue forme: dalle più carnali alle spirituali, basta amare. Allora perché non amar il bel ragionamento che il filosofar produce, che se poi portato in rete, ad amore del commento conduce. E' uscito un post in rima perché anche la scrittura gode se in bella forma. Introduciamo il nuovo anno con la passion che ci adorna. Restiamo attaccati alla ragione e alle sue forme belle che amor ci aiuta a seguirne le arti in tutte le sue facce grasse e snelle. Destreggiamoci nell'arte del bello ragionare e chissà che amor non arrivi anche per noi con il saper da farci amare.

martedì 3 giugno 2008

la moda secondo Gadamer

Chi ha letto “Verita e metodo” (1960) oppure ha sentito il termine Ermeneutica, ha come minimo una vaga idea di ciò che vado ad affrontare. Ma spero di rendere chiari i concetti anche a coloro che Gadamer non lo hanno mai letto. Mi è venuta l’idea di applicare il circolo ermeneutico, che l’autore applica ai libri di testo, alla moda e al suo mondo che può essere visto come un circolo dove però si interpreta anche il soggetto. Così come il lettore domanda senso al testo, gli chiede cosa significa questo e quello, si pone domande a cui il testo risponde, lo stesso fa chi indossa un abito il mattino o meglio lo acquista, chiede all’abito di interpretare uno stile, di rispondere ad una domanda di conferimento di senso: io chiedo all’abito di supplire una determinata funzione. Essere pratico o elegante, adatto a quella o questa circostanza. Ma chiedo ad esso anche un senso: gli chiedo di interpretare il mio stile. L’abito risponde a questa esigenza. La sua risposta non è direttamente soddisfazione di una domanda di senso ma lo è indirettamente perché fornisce senso a me che lo indosso, mi interpreta e io mi sento interpretato da esso. La differenza fra il testo interpretato dal lettore secondo Gadamer e l’abito interpretato da me è che il vero senso viene ricevuto da chi indossa l’abito e non tanto dall’abito stesso che rimane un oggetto, un mezzo; esso parla attraverso la persona che lo indossa, ne rivela uno stile, un carattere, una personalità peculiare. Quindi il vero interpretato è il cliente. La persona che acquista un abito perché esso gli regala uno stile, conferisce senso alla sua ricerca di stile, alla sua domanda: che stile indosso? Che stile rappresento? E lo riferisce anche a chi guarda. Allora la domanda è rivolta a chi guarda colui che indossa l’abito e la la domanda dell’osservatore è: ma chi sei? e l’abito insieme all’uomo risponde e il circolo si chiude. L’abito acquista senso grazie a chi lo indossa e a chi osserva colui che indossa. Diventa un quadrato costruito da abito, indossatore, osservatore, domanda-risposta che si rivolge in tutte le direzioni.



è come se ci fossero due livelli di interrogazione: quello centrale che va dalla domanda alla risposta, fornita dall’abito all’osservatore grazie all’indossatore e il secondo livello sotteso ma altrettanto importante che va dall’osservatore all’abito all’indossatore, che si interroga su di sé, e si fornisce una risposta, grazie all’abito, alla domanda: quale è il mio stile? Infine egli regala la propria risposta a chi osserva.